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Torta della zia

Rieccomi dopo un po’ di silenzio con una nuova ricetta, la Torta della “zia”. L’ho chiamata così perché è una torta alternativa alla classica torta della nonna e in quasi tutte le famiglie c’è una zia alternativa, un po’ strana no? Sperimentata già due volte, mi sento di condividere questa ricetta, ovviamente tutta vegetale, con voi.
Torta zia 1
Vediamo cosa ci serve per realizzare la Torta della Zia.

INGREDIENTI
Per la frolla:
– 600 g di farina tipo 2
– 190 g di zucchero di canna chiaro
– 1 bustina di lievito vanigliato
– 135 g di olio di semi (spremuto a freddo
– 130 g di acqua fredda
– scorza di un limone
– 1 pizzico di sale
Per la crema:
– 50 g di amido di mais
– 10 g di semolino o farina di riso
– 600 g di latte di soia vanigliato
– 90 g di zucchero di canna chiaro
– 1/2 cucchiaino di curcuma
– scorza di limone o di arancia
Per guarnire:
– 40 g di pinoli tostati
– 1 cucchiaio di zucchero di canna chiaro

PROCEDIMENTO
Innanzi tutto prepariamo la frolla. Uniamo insieme gli ingredienti secchi (farina, zucchero, lievito, sale e scorza di limone) e uniamo l’acqua e l’olio. Impastiamo velocemente e formiamo una palla che metteremo in frigo.
Prepariamo la crema. Uniamo l’amido di mais e il semolino di riso. Aggiungiamo 100 g di latte e otteniamo un composto liscio. Aggiungiamo lo zucchero, la scorza di limone (o arancia) e la curcuma e mischiamo bene. Intanto facciamo scaldare i restanti 500 g di latte. Quando questo è ben caldo uniamolo al composto precedente e mettiamo sul fuoco. Mischiamo continuamente perché in breve tempo la crema si solidificherà. Mischiamo bene con un mestolino di legno e quando ha raggiunto la consistenza della crema pasticcerà togliamo dal fuoco. Coprire la crema con della pellicola per non avere la crosticina in superficie, e fare intiepidire.
CRema pasticcera
Quando la crema è quasi fredda, tirare fuori la frolla e dividiamola in due parti (una leggermente più grande). Prendiamo prima la parte più grande e stendiamola con il mattarello. Foderiamo una tortiera con la carta forno e sistemiamoci la frolla. Mettiamo circa metà dei pinoli sul fondo della torta e successivamente versiamoci la crema. Distribuiamo uniformemente e, successivamente, ricoprire con la seconda parte di pasta che avremo steso. Cospargere con i pinoli rimasti e con dello zucchero di canna. Con gli avanzi di pasta creare un cordoncino da utilizzare per fare il bordino alla torta.
Mettere la Torta della zia in forno a 185 gradi per circa 40 minuti (controllate sempre che la frolla sia cotta prima di togliere dal fuoco).
La torta è pronta e può essere servita appena si fredda. Mi è sembrato però che fosse più buona il secondo giorno…provare per credere 😀

Panzanella croccante

La panzanella è una ricetta che amo profondamente. E’ una cosa così viscerale che infatti quando ero incinta alla fine della mia gravidanza (giugno-luglio) non passava giorno in cui non mi facessi un bel piatto di panzanella che profumava di basilico.
Ad alcuni però (non toscani, devo dire la verità), la consistenza della panzanella non piace. Ho pensato così di utilizzare gli ingredienti di questo piatto della cucina della mia terra per dare vita a qualcosa di diverso. Di seguito vi metto la ricetta, ma senza dosi, perché non si è mai vista una panzanella in cui siano indicati i grammi di pomodoro o di pane!!!

INGREDIENTI
Pane casalingo
Pomodorini datterini
Cipolla rossa
Cetriolo
Mezzo bicchiere scarso di acqua
1 cucchaino di agar agar
Basilico
Aceto bianco (più aceto balsamico)
Sale
Olio extravergine Oliva (più olio per friggere)

PROCEDIMENTO
Tagliare il pana a fette e poi a cubetti di circa un centimetro e mezzo per lato. Mettere il pane in una teglia, salare e condire con olio EVO.
Tagliare a metà i datterini, metterli in una pirofila di ceramica, aggiungere un po’ di sale, olio e un po’ di aceto balsamico.
Mettere pane e pomodori in forno e cuocerli finchè il pane non è croccante ed i pomodorini non si sono un po’ asciugati.
Mettere l’acqua in un pentolino e sciogliere il cucchiaino di agar agar in polvere. Accendere il fuoco e portare a bollore mescolando ogni tanto. Intanto frullare il cetriolo.  Quando l’agra agar si è sciolto (un minuto circa dal bollore) aggiungere il frullato di cetriolo e un po’ di aceto bianco (a seconda dei gusti). Portare a bollore e appena bolle spegnere. Versare in un contenitore rettangolare e far freddare, prima a temperatura ambiente e poi in frigo.
Ingredienti panzanella

Tagliare le cipolle a fette di mezzo centimetro. Grigliarle in una piastra di ghisa.
Friggere le foglie di basilico in olio di semi e metterle ad asciugare su un foglio di carta assorbente.
Quando tutti gli ingredienti sono pronti possiamo assemblare il piatto. Mischiamo il pane con i pomodori e condiamo con un po’ di aceto bianco e altro olio. Mettiamo nel centro del piatto e disponiamo sopra il pane le cipolle ad anelli e la gelatina di cetriolo tagliata a cubetti. Decorare poi con la foglia di basilico.

Video ricetta – Seitan in agrodolce

Finalmente abbiamo finito di montare il video della nuova ricetta e quindi eccolo qua sotto!

Vi riporto anche la ricetta così potrete provare a farla. Fatemi sapere se vi piace e come vi è venuta :)

INGREDIENTI
– 350 g di seitan
– 2 cucchiai di farina e 1 cucchiaio di amido di mais
– 80 g di salsa di soia diluita con 30 gr di acqua
– 3 cipolle chiare
– 1 bel peperone rosso
– mezzo ananas
– 2 cucchiai di semi di sesamo tostato
– 1 cucchiaino di curcuma
– 1 cucchiaio di zucchero di canna
– olio extravergine
– sale

PROCEDIMENTO
Iniziamo preparando il seitan. Lo tagliamo a tocchetti e lo mettiamo in un recipiente. Mischiamo farina e amido di mais e infariniamo i pezzetti di seitan. Poi ci versiamo la salsa di soia e lasciamo marinare qualche minuto.
Mentre il seitan si insaporisce tagliamo l’ananas a pezzetti e lo mettiamo da una parte. Poi puliamo le cipolle e tagliamo anche questi a pezzi abbastanza grossi. Facciamo lo stesso anche con il peperone che puliremo e taglieremo in quadrati.
Quando abbiamo tutti i nostri vegetali pronti, versiamo in un tegame, io ho usato il wok, abbondante olio di oliva (sarà circa mezzo bicchiere) e mettiamo a rosolare i pezzetti di seitan cercando di distanziarli uno dall’altro affinché non si appiccichino.
Quando abbiamo cotto tutto il seitan nello stesso ilio in cui lo abbiamo cotto ci versiamo prima le cipolle e le facciamo rosolare pochi minuti. Poi aggiungiamo i peperoni e li facciamo cuocere 5 minuti, coprendo con il coperchio. Considerate che devono rimanere comunque abbastanza sodi. Infine aggiungiamo l’ananas. Saltiamo pochi minuti ed infine aggiungiamo il seitan, il sale, la curcuma e per ultimo lo zucchero. Lasciamo cuocere ancora un minutino e il nostro piatto è pronto.
Possiamo servirlo con del riso bianco e cospargere con i semi di sesamo.

Microrganismi effettivi: cosa sono e perché farseli

L’autoproduzione è un concetto che mi ha sempre affascinato. Pensare di poter fare molte cose da sé, ma soprattutto sapere come queste cose siano fatte, genera un rapporto speciale ed intimo con quello che nel mercato viene definito “prodotto” ma che nel caso dell’autoproduzione potrebbe essere chiamato “creatura” (più esaltante no?).
Tra le “creature”, istintivamente, viene naturale metterci le piante dell’orto o del frutteto da cui ricaviamo del cibo (io per esempio ogni tanto ci parlo visto che sono esseri viventi). Però da poco tempo ho scoperto che volendo potrei anche parlare con i miei detersivi, detergenti e concimi (e infatti lo sto già facendo :) ). Di cosa sto parlando? Dei microrganismi effettivi, una tecnologia tutta naturale che utilizza il lavoro di miliardi di microrganismi per svolgere varie funzioni. È stato il giapponese (tanto per cambiare) Teruo Higa che ha studiato e sviluppato questa tecnica. Secondo alcuni però l’utilizzo dei microrganismi e dei fermentati era diffuso da millenni in paesi come la Thailandia e sarebbe stato Buddha in persona a diffondere tale pratica (wow!!!) e io vi parlerò proprio di questo metodo più tradizionale.
Comunque tornando a me: mia madre mi parla di questi microrganismi e come sempre l’ho snobbata (scusa mamma, lo sai che poi ti seguo :) ). Mentre ero a casa sua ha iniziato a leggere gli utilizzi di una crema a base di microrganismi e altri ingredienti (tra cui l’avocado mi pare) e praticamente serviva per tutto: da lavarsi i denti, a idratare la pelle del viso a lavare il lavandino, e l’immagine di me che la mattina mi sveglio, mi spalmo la pappa fermentata sulla faccia, la metto nello spazzolino e mi ci lavo i denti e poi la prendo e la uso per pulire il lavandino del bagno mi ha incuriosito. Quindi mi sono fatta dire quali erano i gruppi FB che che stava seguendo e che spiegavano questa cosa e mi sono iscritta. Mi si è aperto un mondo di barattoli e secchielli pieni di limoni, mele, ananas, fiori di acacia e sambuco e foglie di ortica e rosmarino che si trasformano di giorno in giorno mostrando la loro evoluzione, le loro “ricottine” e “ragnatele”. E allora anche io dal 1 maggio ho alcuni barattoli di roba che sta fermentando aspettando di essere abbastanza matura per essere utilizzata sia per pulire, ma anche per nutrire le mie piantine dell’orto e santificare l’acqua e l’aria.
limoniIl meccanismo come funziona? Praticamente si deve mettere a fermentare un vegetale (frutta, verdura, fiori o foglie commestibili) in acqua e miele oppure zucchero integrale. Il tutto va messo in un grande vaso di vetro o di plastica (niente metallo neanche per girare) in cui si farà fermentare per almeno quattro mesi. Durante il processo di fermentazione si creeranno all’inizio delle bolle, poi delle specie di muffette o robe strane. Ecco, durante il primo mese tutte queste cose vanno spinte verso il basso in modo che i microrganismi se ne cibino. Per capire che tutto sta andando bene e che non state facendo una schifezza bisogna tenere sotto controllo l’odore: se è inizialmente alcolico e poi acetico va bene, se inizia a puzzare di morte vuol dire che qualcosa è andato storto :/ . Dopo i quattro mesi di fermentazione e comunque quando il liquido è limpido e la frutta/verdura rimane da sola immersa nell’acqua senza galleggiare, si può iniziare ad utilizzare la “creatura”. Questa andrà diluita in acqua per una serie di operazioni quali lavare i vetri, pulire tutte le superfici lavabili, spruzzare per sanificare aria e mandare via cattivi odori, combattere la polvere in casa, lavarsi i denti, combattere parassiti di piante e animali ecc…
Se però vogliamo spingerci oltre possiamo invecchiare il nostro fermentato. In questo caso lo mettiamo a riposare per almeno un anno. Più invecchia più si potenzia per cui i fermentati di sette anni sono delle vere e proprie bombe curative (sempre secondo chi utilizza questa tecnologia, io ho appena iniziato quindi non posso testimoniare in prima persona). L’idea di mettere in “cantina” una medicina per i disturbi di domani mi piace un sacco e quindi se il percorso di quattro mesi di fermentazione va bene preparerò anche qualche boccetta da invecchiamento.
Papavero
Vi ho riassunto veramente in modo conciso come si preparano i microrganismi e per che cosa si utilizzano, ma via via che li proverò vi terrò aggiornati sugli sviluppi. Se poi avete domande non esitate a contattarmi e cercherò di rispondere nel modo più esaustivo possibile, facendo affidamento sulla mie preziose fonti :)

Ringraziamenti ai gruppi Facebook:
“FERMENTI AMO* Microrganismi” https://www.facebook.com/groups/1601994053358133/
“Microrganismi effettivi panacea universale” https://www.facebook.com/groups/143859002440406/

Video ricetta – Tofu con alghe kombu

Buongiorno a tutti. Questa è la nuova videoricetta che ho preparato a casa della mia amica Antonella dell’Agricola Acquasanta (vi ricordate l’ultimo video che ho pubblicato?). Spero che vi piaccia e che proverete a realizzarla. Di seguito trovate la trascrizione della ricetta.

INGREDIENTI
– 4 panetti di tofu (totale circa 500 gr)
– 4 alghe kombu
– 5 cipolle dorate
– due manciata di uvetta
– 4 cucchiai di aceto bianco
– olio extravergine di oliva
– un po’ di farina per infarinare il tofu
– Olio di girasole biologico per friggere
– Sale
– Pepe in grani
– 1 cucchiaino di coriandolo

PROCEDIMENTO
Iniziamo facendo rinvenire l’alga nell’acqua. Può essere l’occasione per cuocere dei legumi che mangeremo in un secondo momento (l’alga kombu durante la cottura dei legumi ha proprietà carminative, cioè limita la formazione del gas intestinale). Dopo circa 10 minuti dal bollore togliamo l’alga dall’acqua bollente e la mettiamo da una parte (controllate comunque che l’alga sia abbastanza morbida, potrebbe volerci qualche minuto in più).
Passiamo alle cipolle che taglieremo a fettine non sottilissime, considerate circa 3-4 mm. Mettiamole in un tegame con dell’olio extravergine di oliva e facciamole soffriggere per un po’. Quando iniziano a dorarsi saliamo, abbassiamo la fiamma e lasciamo stufare fino a quando non diventano morbide. Se vediamo che si stanno colorendo troppo bagniamo con un po’ di acqua.
Mentre le cipolle finiscono di cuocere tagliamo il tofu a cubetti piccoli (1 cmx 1cm) e passiamoli nella farina. Eliminando la farina in eccesso, mettiamo il tofu in un tegame in cui avremo già fatto scaldare l’olio per friggere e cuociamo fino a quando non si forma un po’ di crosticina. A quel punto sapremo che il nostro tofu è bello croccantino. Via via che togliamo il tofu dall’olio mettiamolo ad asciugare su della carta assorbente.
Mentre cuociamo l’ultima mandata di tofu tagliamo a striscioline sottili l’alga kombu e mettiamo a friggere anche questa. Ci vorranno pochi istanti e l’alga diventerà anche lei croccante. Mettiamola sulla carta assorbente e torniamo alle nostre cipolle. Alziamo il fuoco ed aggiungiamo l’aceto e l’uvetta. Aggiustiamo di sale e aggiungiamo qualche grano di pepe leggermente schiacciato e il coriandolo.
A questo punto possiamo comporre il nostro piatto disponendo un letto di cipolle alla base, poi il tofu e infine le alghe fritte. Possiamo  decorare con qualche rametto di erba aromatica e un fiore come ho fatto io.

Video girato e prodotto da Simone Baldini Tosi.

L’orto sinergico

Descrivere in una pagina cosa sia e come si faccia un orto sinergico non è possibile. Mi limiterò quindi a dire quali sono i principi che stanno alla base di questo tipo di coltivazione, quali sono i vantaggi di un orto sinergico rispetto ad uno tradizionale e condividerò la mia piccola esperienza di “neo ortista sinergica”. Dico intanto che la prima volta che ho sentito parlare di orti sinergici è stato direttamente dalla bocca di Antonio De Falco, esperto italiano di questo tipo di orticoltura e persona di grande sensibilità come potrete vedere dal video che vi consiglio di guardare per farvi un’idea.
https://www.youtube.com/watch?v=wEdTdzt7Zws

Innanzi tutto diciamo che l’agricoltura sinergica è stata descritta e diffusa da una donna spagnola (e qui noi donne gongoliamo) che ha messo in pratica nel suo territorio le intuizioni dell’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka, autore del celebre libro “La rivoluzione del filo di paglia”.
Il principio di base su cui si fonda l’agricoltura sinergica è quello dell’autofertilità del suolo. Praticamente mentre la terra dà alle piante il nutrimento necessario alla loro crescita, le piante restituiscono, attraverso i loro essudati radicali, residui organici che daranno origine a nuovo humus fertile. A questo si aggiunge l’attività di microrganismi, funghi, lombrichi che sono abitanti indispensabili del suolo in buona salute (sul suolo vi raccomando di leggere il libro “Il suolo – Un patrimonio da salvare”, riferimenti in calce). Ciò significa che la terra, se lasciata fare, è un sistema che si autogestisce e completamente sostenibile e che non ha bisogno di “aggiunte”. La questione nasce quando noi vogliamo che un determinato pezzo di terra produca certe piante. In questo caso il rischio è che la nostra attività metta a repentaglio l’equilibrio naturale del suolo, portandoci, per ottenere i prodotti voluti, ad utilizzare fertilizzanti (più o meno naturali), faticare a suon di zappa e vanga, e combattere contro afidi, lumache e funghi.
L’idea quindi è quella di agire rispettando l’equilibrio della terra, cercando di imitare i processi naturali (uno dei principi della permacultura) piuttosto che piegare la terra alle nostre esigenze.
I vantaggi che abbiamo se facciamo un orto sinergico non sono soltanto per la terra che verrà “stressata” e sfruttata in misura minore, ma anche per noi. Infatti dopo una prima lavorazione per ammorbidire il suolo (e qui De Falco consigliava di scusarsi con la Terra per il primo e ultimo rivoltamento), esso, grazie ai bancali rialzati e alla corretta gestione dell’avvicendamento delle piante, sarà sempre più soffice, aerato e fertile. Posso dire che ho avuto prova di questo in prima persona. Tre anni fa infatti avevo provato a fare un orto sinergico che però, per vari motivi ho abbandonato. Quest’anno ho voluto ripristinare il mio orto e pensavo che i miei bancali (che erano completamente coperti di erbe e piante spontanee) sarebbero stati dei mattoni su cui avrei dovuto faticare un sacco. Con mia sorpresa invece quando ho iniziato a ripulire l’orto, mi sono accorta che la terra era ancora soffice, che le erbe spontanee venivano via con facilità e che in poco tempo avrei riavuto il mio orto pronto per accogliere nuove piantine. Approfitto dell’occasione per ringraziare pubblicamente i miei amici Monica Casanova Morales che ha lavorato nella zona delle aromatiche e Andrea Focardi che mi ha aiutato e mi ha iniziato all’uso di un fantastico strumento, la forca.
Forca

A cosa ci riferiamo quando parliamo di sinergia nell’orto? Parliamo dei rapporti tra le piante. Le piante come le persone, stanno meglio con qualcuno piuttosto che con qualcun altro. Il pomodoro allora sta volentieri con il basilico (non solo nel piatto, ma anche nell’orto) e aglio e cipolle aiutano un po’ tutti. Come nelle famiglie umane, anche tra le famiglie vegetali ci sono tensioni e quindi si cerca di non mettere troppo vicine piante della stessa famiglia (per esempio pomodori e patate o peperoni). Anche i tempi sono importanti: visto che non tutte le piante hanno la stessa velocità di crescita, meglio mettere nell’orto piante a crescita lenta come pomodori, cavoli o fagioli, con altre colture a crescita veloce, come le lattughe, spinaci o ravanelli (di cui volendo si possono mangiare anche le foglie per farci un pesto, cosa per alcuni sconosciuta). Inoltre le erbe aromatiche hanno la funzione di insetticidi naturali: non solo il sopracitato basilico, ma anche il timo, l’origano o il rosmarino allontanano gli insetti “cattivi” e attirano quelli “buoni”. Sempre per invitare ospiti graditi nell’orto, saranno presenti dei fiori: tagete, nasturzio, calendula, tarassaco, fiordaliso, che oltre ad assolvere un’importante funzione, renderanno il nostro orto più bello.
L’idea quindi è quella di avere un ambiente vario, ricco, comunicativo, un po’ disordinato forse ma allegro. Io intanto inizio con il mio piccolo orto, che per adesso è un esperimento ma che, appena capito come funziona, si amplierà per regalarci ciò di cui abbiamo bisogno. Pubblico le foto che ho fatto appena lo abbiamo rimesso in sesto. Spero di poter condividere presto anche le immagini delle piante cresciute e dei frutti che raccoglieremo.
Orto2

Orto1

Link del libro sul suolo: bellissimo, utilissimo. Un libro che parla di un argomento di cui credete di sapere qualcosa ma di cui invece non sapete nulla.
http://www.macrolibrarsi.it/libri/__il-suolo-un-patrimonio-da-salvare.php

Video intervista di Masanobu Fukuoka “Non far niente è il miglior metodo agricolo” che farà sobbalzare sulla sedia tutti gli omini che fanno l’orto.
https://www.youtube.com/watch?v=-5i6vXsBXKI

Acquasanta e Quasiliberi

Ci sono incontri che ci cambiano la vita e ce la rendono migliore. L’incontro con Antonella di Acquasanta è uno di questi. L’ho conosciuta nel 2006, anno in cui ho iniziato ad interessarmi alla natura, all’agricoltura naturale, a stili di vita e di consumo più rispettosi non solo per l’ambiente ma anche per le persone.
Il primo corso di Permacultura l’ho fatto proprio a casa sua, io che non sapevo niente di niente ma che avevo voglia di capire se fosse possibile anche per me vivere in modo meno pesante per questa Terra.
Ancora adesso non ricordo quando e perché mi è venuta voglia di interessarmi al mondo “alternativo” o, come impropriamente direbbero alcuni, dei “frikkettoni”.  Davvero non lo ricordo. So che è iniziato tutto con una mia fuga in solitaria ad uno dei primi RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici) sponsorizzati dalla rivista AAM Terranuova. Sono andata in tenda, io che non avevo mai montato una tenda da sola (quando andavo in campeggio con la mia amica Selvaggia la tenda era praticamente già montata o ci facevamo aiutare da baldi giovani molto più esperti di noi :).
Durante il RIVE, in cui ebbi il piacere di conoscere Antonio De Falco (su di lui dirò in un altro post), seppi di questo corso di permacultura in Umbria, ad Acquasanta, che si trova vicino a Città della Pieve.

Pane lievitato
Lì non ci andai da sola ma con mia madre. Io e lei a dormire in tenda con il materassino che si sgonfiava ogni notte. Noi due alle prese per la prima volta con la compost toilet all’aperto (anche su questo un post sarà necessario).  Un corso in cui oltre alle nozioni e alla pratica sul campo, c’era sempre spazio per giochi, abbracci, momenti di 5-5 con sconosciuti (non sapete cosa è il 5-5? 5 minuti parli tu, 5 minuti parla l’altro. Uno parla soltanto, uno ascolta soltanto!). Esperienza bellissima che mi ha aperto un mondo e mi ha fatto scoprire delle pratiche che anche se non ho immediatamente messo in atto (posso dire di condurre una vita non così alternativa) si sono interiorizzate dentro di me.
Ho fatto poi altri corsi e ho incontrato altre persone che si occupano di permacultura ed agricoltura naturale e con molte di loro sono ancora in contatto. Mi dà una gioia grandissima vedere quando i loro progetti si realizzano e li immagino a godere di panorami mozzafiato,  lavoro duro ma soddisfacente e cene fatte con i frutti della terra di cui hanno cura seguite dagli immancabili concertino con chitarre e strumenti a percussione improvvisati.
Antonella però è la persona con cui non solo ho mantenuto i contatti, ma con la quale ho instaurato un’amicizia speciale.  Per me è una guru, una persona che sa darti la risposta giusta al momento giusto, che sa farti godere delle cose più semplici, anche quando stai affrontando un momento di sofferenza, che rende reale ciò che si vede e ciò che non si vede. Insomma, una persona che sa apprezzare la vita e che con il suo esempio riesce ad ispirare anche gli altri (non sono la sola fan di Antonella, ce ne sono molti in giro!!!).
Sono contenta allora di poter condividere questo video che abbiamo girato l’ultima volta che siamo stati a trovarla. Spero che anche voi cogliate la magia di questo posto e l’energia che scaturisce dal tornare alla terra.

quasiliberi

Video girato presso l’Azienda Agricola Acquasanta – Città della Pieve.
http://agricolaacquasanta.weebly.com

Girato e montato da Simone Baldini Tosi
https://www.youtube.com/user/BaldiniT…

Cup cake al cacao con panna di anacardi

Questa è una ricetta semplice e veloce, proprio come le tradizionali ricette dei cup cake. Questi dolcetti quindi sono adatti per quando dobbiamo fare un dolce, magari per dei bambini, ma non abbiamo troppo tempo. Lo stesso impasto può essere utilizzato anche per fare una tortina al cacao magari da riempire con una ganache al cioccolato…slurp!
Vediamo di cosa abbiamo bisogno per fare circa 10 cupcake.

INGREDIENTI
– 100 gr farina 0
– 100 gr farina manitoba
– 120 gr zucchero integrale (tipo Panela)
– 1 cucchiaino di lievito vanigliato per dolci
– 1/2 cucchiaino di bicarbonato
– 2 cucchiai colmi di cacao in polvere
– 90 ml olio di semi (girasole deodorato o arachidi)
– 230 ml latte di soia
– 120 gr di anacardi
– 30 gr latte vegetale
– 30 gr panna di cocco
– 1 cucchiaio di zucchero di canna chiaro

PROCEDIMENTO
Uniamo prima gli ingredienti secchi (farine, zucchero, lievito, bicarbonato, cacao) e setacciamoli in modo che non ci siano grumi. Poi aggiungiamo gli ingredienti liquidi (olio e latte di soia). Mi raccomando attenzione all’olio perché se usate quello di girasole non deodorato i cup cake avranno un sapore molto particolare e forte che a me sinceramente non piace. Per quanto riguarda il latte, io ho utilizzato quello vanigliato. Se non volete utilizzare il latte di soia potete sostituirlo con latte di riso, di altri cereali o di mandorla. Amalgamiamo bene il tutto fino ad avere un bel composto liscio. Volendo si potrebbero aggiungere, per farli ancora più golosi, delle gocciole di cioccolato fondente. Riempiamo i pirottini per circa 2/3 e inforniamo a 170 gradi per circa 30 minuti (controllate comunque la cottura con lo stecchino per sicurezza).
Mentre i cup cake si cuociono prepariamo la panna. Mettiamo gli anacardi, che avremo precedentemente tenuto in ammollo mentre preparavamo l’impasto per i cup cake, nel bicchiere del frullatore ad immersione. Aggiungiamo il latte vegetale, la panna di cocco e lo zucchero e iniziamo a frullare. Se non vi piace il sapore di cocco utilizza della panna di soia al naturale e i semi di mezzo baccello di vaniglia. La consistenza deve risultare cremosa ma deve restare su, proprio come la panna montata. Eventualmente aggiustate con altra panna se vedete che rimane troppo solida. La consistenza dipende infatti anche da quanto sono stati in ammollo gli anacardi. Mettiamo la panna in frigo per farla solidificare un po’.

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Quando i cup cake cono pronti lasciarli freddare. Prima di servirli copriamoli con la panna di anacardi e disponiamoli su un piatto da portata. Possono essere decorati con un lampone (come ho fatto io) oppure con un altro tipo di frutta, con dei fiori commestibili o con delle gocce di cioccolato…insomma, potete sbizzarrirvi!

Videoricetta – Pici alla briciola

Ciao a tutti,
con grande piacere che condivido con voi la nuova videoricetta. Sono particolarmente fiera  di questi pici alla briciola perché si avvicinano (anche se non riuscirò mai a farli esattamente uguali) a quelli della Zia Marcella di Montepulciano. Chi conosce il ristorante “Il Cittino” sa di cosa sto parlando!

Vi riporto di seguito la trascrizione della ricetta. Se mettete le mani in pasta condividete la vostra esperienza se vi va.

INGREDIENTI (per 2 persone)
Per la pasta:
– 150 g di farina di grano tenero, io ho usato la tipo 2 che è un po’ più grezza
– 50 gr di semola di grano duro, ci aiuterà a non avere un impasto troppo appiccicoso
– mezzo cucchiaino di sale
– 100 gr di acqua calda, quasi bollente.
Per il condimento:
– uno o due spicchi d’aglio
– olio extravergine di oliva
– un paio di manciate di pane a legna ridotto in pezzetti piccoli
– un mazzetto di erbe aromatiche
– sale e pepe.

PROCEDIMENTO
Per prima cosa facciamo l’impasto. Uniamo la farina alla semola e aggiungiamo il sale. Mischiamo un po’ e poi aggiungiamo l’acqua calda. Iniziamo a mischiare prima con un cucchiaio e poi impastiamo con le mani. Dopo un po’ trasferiamo la pasta sul piano di lavoro e continuiamo a impastare per qualche minuto, fino a quando non avremo una pasta bella liscia. A questo punto riponiamo la pallina di pasta in a ciotola e la copriamo con un panno appena umido per non farla seccare. Lasciamo riposare almeno per mezz’ora.
Trascorso questo tempo dividiamo la palla di pasta in due e aiutandoci con le mani o con un matterello stendiamola fino ad uno spessore di circa mezzo centimetro. Tagliamo la pasta a striscioline e poi iniziamo a lavorarla per creare i pici. Non devono essere troppo grossi ma neanche troppo sottili. Considerate un pochino più grossi dei bucatini. Facciamo lo stesso procedimento anche per l’altra metà dell’impasto. Via via che i pici sono pronti mettiamoli su una teglia coperta con della carta e in po’ di semola per non farli attaccare.
Poi prepariamo il condimento. Tritiamo l’aglio e mettiamolo insieme all’olio in un tegame. Poi tagliamo grossolanamente le erbette aromatiche e quando l’aglio inizia a soffriggere aggiungiamo il pane e le erbe. Lasciamo sul fuoco per qualche minuto, aggiustiamo di sale e aggiungiamo del pepe se vogliamo.
Mentre il condimento è sul fuoco cuociamo i pici in abbondante acqua salata e bollente. Saranno pronti dopo circa 7 o 8 minuti. Scoliamoli e versiamoli nel tagame del condimento. Facciamo saltare qualche secondo, disponiamoli su un piatto e decoriamo a piacere.

Una torta di mele

Finite le feste di Pasqua eccomi con una nuova golosità… E’ la rivisitazione di una ricetta che avevo chiamato “Torta della Quaresima” e a cui ho aggiunto delle mele e delle mandorle. Spero che vi piaccia :)

torta mele

INGREDIENTI
– 180 gr di farina tipo 2 (ma va bene anche con la farina normale, solo che fa più male)
– 40 gr di amido di mais
– 120 gr di zucchero di canna chiaro
– mezza bustina di lievito per dolci
– 150 gr di latte di mandorla (o altro latte vegetale)
– 30 gr di acqua
– il succo di un’arancia
– 60 gr di olio di semi di arachidi
–  manciata di mandorle pelate
– 2 mele
– zucchero a velo

PROCEDIMENTO
Uniamo la farina, l’amido di mais, lo zucchero e il lievito in una ciotola capiente. In un altro contenitore uniamo gli ingredienti liquidi.  Mischiamo tutto insieme evitando che si formino dei grumi.
Rivestiamo una teglia di 22 cm con la carta forno e versiamoci il composto.
Sbucciamo  le mele, dividiamole in quarti e tagliamole la fettine sottili.  Tagliamo anche le mandorle grossolanamente. Distribuiamo le mandorle sulla torta e poi disponiamo le fettine di mela a raggiera.
Mettiamo la teglia in forno già caldo a 180 gradi pr circa 40 minuti.
Quando la sforniamo aspettiamo che si intiepidisca. Disponiamo la torta su un piatto da portata e cospargiamo con zucchero a velo.
Se vi piace potete mischiare insieme allo zucchero a velo anche della cannella.
Volendo fare la torta più ricca, potete aggiungere oltre alle mandorle anche dell’uvetta.
Io l’ho mangiata tiepida ed era ottima. la prossima volta gli faccio anche una crema alla vaniglia. 😛

“MercoledìVeg”: un semplice passo

Girando sui  siti che trattano l’argomento di abitudini alimentari più salutari e rispettose della vita, l’iniziativa proposta sul sito www.cambiamenu.it è una di quelle che mi piace di più. Il motivo per cui trovo “MercoledìVeg” geniale è che viene suggerita un’azione alla portata di tutti, realistica e realizzabile da chiunque. Che cosa è MercoledìVeg? Riporto testualmente le parole che potete trovare nel sito:

È il giorno della settimana in cui pensiamo al Pianeta, alla nostra salute e agli animali. Lo facciamo partendo dalla tavola, perché le nostre scelte a tavola hanno un peso sul futuro e anche sul presente“.

Tutti noi possiamo dedicare un giorno alla settimana a questi importanti obiettivi: tutela dell’ambiente e riduzione dei consumi, salute del nostro corpo (e anche della nostra mente, direi) e rispetto per la vita degli animali. Sarebbe anche un’occasione per scoprire nuovi piatti e ricette come quelle che condivido in questo blog, per esempio :P.
Credo che invitare le persone a diminuire il consumo di carne e prodotti animali, sia sicuramente più semplice, al momento, rispetto a convincerle ad eliminarla totalmente dalla loro alimentazione. Inoltre possiamo vedere la cosa anche così: un’ azione anche se piccola, se svolta da tutti potrebbe avere un impatto molto significativo.

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Sono sempre più diffusi gli studi che dimostrano che mangiare cibi animali tutti i giorni non fa bene. Sono sempre più numerosi i medici che invitano i loro pazienti (purtroppo spesso solo quando soffrono già a causa di qualche patologia) ad eliminare alcuni alimenti o comunque a ridurre il consumo di proteine animali. Sono sempre più abbordabili e reperibili sia nei negozi specializzati che nella grande distribuzione, alimenti certificati 100% vegetale. Sono ogni giorno più numerosi i blog, come il mio, che condividono ricette ed esperimenti culinari dimostrando che mangiare vegetale non significa accontentarsi di un’insalatina.
Quindi perché non provare a fare questa esperienza?
Se pensate che fare il MercoledìVeg non cambi un gran ché, vi consiglio di guardare il documentario “Meat the Truth” (il video lo trovate in fondo all’articolo), che è uno dei miei preferiti sul tema alimentazione vegetale. In particolare, se non avete un’ora di tempo per guardarlo tutto, vi suggerisco di guardare almeno tre minuti verso la fine (da 59:50 a 1:02:51) in cui vengono forniti dati concreti su quanto si può contribuire in termini di riduzione dell’effetto serra e dell’inquinamento, eliminando uno o più giorni le proteine animali.
Sempre nello stesso documentario se volete c’è anche un bel video sempre sull’eliminazione per un giorno della carne. Lo trovate tra il minuto 56:45 e il minuto 59:20.

Mozzarella vegetale

Cucinare vegetale oltre  a dare soddisfazione perché si sente di fare qualcosa di buono per l’ambiente, per la propria salute e per gli altri esseri viventi, è anche una sfida. Credo che moltissimi dei cuochi  che scelgono di prediligere una cucina vegetale si imbattono, prima o poi, nell’irrefrenabile voglia di creare qualcosa che ricordi il formaggio e i latticini. Questo penso non accada tanto (o non solo) perché sentono la mancanza di questi alimenti, ma perché sono ingredienti che in alcune preparazioni danno un effetto e una consistenza particolare ai piatti. Quindi ecco che anche io mi accingo, come molti altri, nella preparazione di formaggi vegetali.
La prima ricetta che voglio condividere è quella della mozzarella veg. Devo dire che questa mozzarella non fila (l’ho usata nella pizza ed è rimasta in forma tale e quale), ma il sapore è davvero buono. E’ piaciuta anche ad un gruppetto di giapponesi che mi hanno fatto i complimenti (yeah!!). Per questo motivo dedico questa ricetta a Reiko San, Sumiko e Kumiko :)

Mozzarella veg

INGREDIENTI

– 40 g di semolino di riso
– 25 g di amido di mais
– 2 cucchiai di lievito alimentare
– 1 cucchiaino di agar agar
– 1 cucchiaino di sale marino integrale
– 350 g di latte di soia
– 1 confezione di panna di soia (circa 250 g)
– 50 g burro vegetale (cocco, soia…)
– poco olio di oliva per ungere lo stampo

PROCEDIMENTO
Uniamo in un pentolino di acciaio inox gli ingredienti secchi e poi a poco a poco il latte e la panna cercando di non creare grumi. Eventualmente, se ciò accade, utilizziamo il minipimer per eliminarli. Mettiamo sul fuoco ed aggiungiamo anche il burro vegetale.
Iniziamo a mischiare il composto fin da subito perché il semolino di riso tende a scendere verso il basso e quindi a formare un blocco in fondo al pentolino.  Continuiamo a cuocere per alcuni minuti a fiamma dolce assicurandosi però che arrivi al bollore. Teniamo sul fuoco girando con un mestolino di legno fino a quando il composto è bello sodo ed appiccicoso. A questo punto ungiamo uno stampo rettangolare con poco olio extravergine di oliva e versiamo il composto ancora caldo. Livelliamolo e lasciamo raffreddare la mozzarella vegetale per un po’. Quando è arrivato a temperatura ambiente mettiamolo in frigorifero e lasciamolo riposare per almeno 2 o 3 ore.
La mozzarella vegetale si conserva per 4 giorni in frigorifero e si presta per diversi utilizzi. Noi l’abbiamo mangiata su una pizza con carciofi e cipolla fatta con pasta di farina di farro e lievito madre, ma è molto buona anche condita con dell’olio aromatizzato e delle erbe aromatiche e spalmata sul pane. Nella foto in alto infatti la vedete con olio all’aglio e timo e rametti di timo :) Può essere anche utilizzata per mantecare un risotto al posto del burro e del parmigiano.

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Le tecniche della nonviolenza – Aldo Capitini

Dal capitolo primo del libro “Le tecniche della nonviolenza” di Aldo Capitini (1967)

Il metodo nonviolento
Nel primo capitolo del libro, Aldo Capitini sostiene che il concetto di nonviolenza espresso in una sola parola ci indica che questo tipo di comportamento non si caratterizza solo dall’assenza di violenza (significato negativo), ma anche da un atteggiamento propositivo, attivo e costruttivo (significato positivo).
Questo modo di vedere la nonviolenza come proposta e non come rifiuto, porta alla necessità, per chi voglia impegnarsi in questo progetto, di avere un metodo per mettere in chiaro quali possano essere le pratiche e le tecniche da adottare per praticarla. Per Capitini tale metodo non dovrebbe però ostacolare e spegnere la creatività e la flessibilità di chi lo mette in atto. Quello che gli interessa è sottolineare il fatto che “la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può fare tutto, purché ogni giorno si faccia un passo in avanti” (p. 14).
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Capitini afferma che quando si parla di nonviolenza si deve prendere in esame anche la grande questione del rapporto tra mezzi e fini. L’originalità della nonviolenza sta nel considerare come imprescindibile il fatto che “il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore” (p. 13). Praticamente tali fini, tali mezzi, cioè non si può pensare di raggiungere un fine pacifico utilizzando i mezzi della guerra. In questo senso l’autore rifiuta l’antico adagio “se vuoi la pace, prepara la guerra” e invita a prendere in considerazione i costi e le conseguenze dei mezzi, troppo spesso sottovalutati. Anche secondo Gandhi, ci ricorda Capitini, i mezzi non sono meramente strumentali ma sono già creativi di per sé e portano al loro interno parte del fine che vogliono realizzare.

Capitini è stato un grande estimatore di Gandhi e ha cercato di diffondere in Italia il metodo che egli aveva messo a punto in India, il Satyagraha. La nonviolenza, ci ricorda, non è una novità della modernità, ma sempre, nel corso della storia, l’uomo ha praticato accanto alla violenza anche la nonviolenza. Dice Humayun Kabir che se è vero che “la competizione ha alcune volte portato avanti la causa del progresso, la cooperazione è stata fondamentale per la sopravvivenza della specie”. Infatti l’uomo, con i suoi deboli mezzi fisici, è riuscito a sopravvivere solo perché aveva la capacità di cooperare e comunicare con i suoi simili.
Uno degli aspetti che Gandhi, e anche Capitini, hanno voluto sottolineare e che ci fa capire come la nonviolenza sia una pratica attiva e positiva, è che caratteristica essenziale del nonviolento è il coraggio. “Proprio come nell’allenamento alla violenza uno deve imparare l’arte di uccidere, così nell’allenamento alla nonviolenza uno deve imparare l’arte di morire” (p. 19). Da qui si comprende come il Satyagraha sia connesso con la sofferenza.
Ma cosa vuol dire esattamente Satyagraha? Il termine è composto dalle parole sanscrite satya, che vuol dire “ciò che è”, e agraha che significa “affermare fortemente”. Il termine nella sua complessità viene tradotto come “forza della verità”. E cosa è la Verità? Per Capitini la Verità è Dio (e non il contrario). Essa deve animare ogni nostra azione e parola e va oltre al semplice non mentire. Nonviolenza e Verità per Capitini sono due facce della stessa medaglia.
Dato che gli esseri umani hanno limiti che rendono difficile il riconoscimento della Verità nella sua pienezza, la nonviolenza e la pratica dell’amore verso i viventi (anche i nemici) sono modi per avvicinarsi ad essa. Per questo, dice Gandhi, “la Verità si difende non facendo soffrire il nostro avversario, ma soffrendo noi stessi” (p. 24). Chi pratica il Satyagraha allora non identifica il peccato con il peccatore ma mantiene verso quest’ultimo il sentimento di amore destinato a tutti gli esseri viventi. Inoltre il satyagrahi tenta tutte le vie per trovare un accordo con l’avversario perché la risoluzione del conflitto non è visto come vittoria per una parte e sconfitta per l’altra, ma come il raggiungimento di una soluzione che faccia piacere ad entrambe le parti.

Videoricetta – Croccante senza zucchero

Ecco la nuova video ricetta! Spero che vi piaccia tanto quanto è piaciuto a me.
Vi ricordo che potete iscrivervi al mio canale youtube: https://www.youtube.com/c/QuasiliberiCucinaVegetale

Ho imparato questa ricetta durante un corso di cucina macrobiotica ed è stata per me una rivelazione. Quando sono tornata dalla Turchia dove avevo comprato un po’ di frutta secca buonissima ho deciso di rifare questo dolce ed infatti è venuto benissimo!

Quello di cui abbiamo bisogno per questa ricetta è:
– 1 bicchiere di cereali soffiati (in questo caso userò il riso, ma si può usare anche il miglio, il farro, l’avena o il grano saraceno)
– 1 bicchiere di semi oleosi (qui abbiamo mandorle, anacardi, semi di sesamo, di lino, di girasole e di zucca)
– 1 bicchiere di frutta secca (grazie al nostro viaggio in Turchia abbiamo uvetta, datteri, ribes, gelso, mirtillo rosso)
–  4 cucchiai colmi di malto di riso
–  una teglia tipo questa ricoperta di carta forno. Questa è 25×30 cm

Il procedimento è molto semplice: mischiamo il cereale soffiato scelto alla frutta secca e ai semi e alla fine uniamo il malto e iniziamo a mischiare. Provate a mischiare con il cucchiaio ma vedrete che non avrete molto successo quindi vi consiglio di aiutarvi con le mani per distribuire bene il malto, ma vi avviso che vi appiccicherete molto :P.
Poi distribuiamo versiamo il composto sulla teglia, e aiutandoci con dell’acqua ci bagniamo leggermente la mani e stendiamo bene il croccante.
A questo punto mettiamo la teglia in forno già caldo a 180 gradi per 15 minuti. Lo sforniamo quando vediamo che la frutta secca si è un po’ colorata e quindi lasciamo raffreddare. Quando sarà freddo sarà indurito come il croccante e si potrà tagliare a pezzi.
E’ davvero buono, croccante, gustoso e dolce ma non stucchevole…!
 Questo croccante è ideale sia come barretta energetica, ma può essere anche un ottimo accompagnamento per delle mousse alla frutta o al cioccolato.

Brioches per la colazione

A grande richiesta la ricetta delle brioches veg, senza burro e senza uova. Devo dire che non sono un triste surrogato delle “vere” brioches, ma sono proprio buone e soprattutto non lasciano quella sensazione di pesantezza dopo averle mangiate (sì, ho usato il plurale perché ne ho mangiate 2!!).

Brioches Veg

INGREDIENTI
– 300 g di farina manitoba
– 300 g di farina tipo 2 (potete usare anche 0 o 00)
– 150 g zucchero di canna grezzo + 1 cucchiaino
– 80 ml di latte di soia
– 1 bustina di lievito di birra secco (8 grammi), oppure 16 g fresco
– 150 g di burro vegetale (meglio se margarina fatta in casa)
– 160 ml di acqua tiepida
– aroma di vaniglia (meglio se naturale)
– scorza di un limone grattata (facoltativo)
– 2 cucchiai di vin santo (o rum per dolci)
– 1 cucchiaino raso di sale
– malto di riso sciolto in un cucchiaio di latte di soia per spennellare

Con queste dosi vengono 12 brioches. Le tempistiche sono un po’ lunghe ma se vi organizzate come ho fatto io riuscirete a gustare queste ottime brioches la mattina appena sfornate…2 giorni dopo aver fatto l’impasto, però!. Ci metteremo al lavoro la sera subito dopo cena.

PROCEDIMENTO
Mettiamo l’acqua tiepida in una tazza e versiamoci dentro la bustina di lievito con un cucchiaino di zucchero. Lasciamo lì per 5 minuti a fare un po’ di bollicine mentre uniamo gli altri ingredienti. Uniamo le due farine, lo zucchero e il sale. Aggiungiamo il burro vegetale morbido (io ho usato una margarina che ho fatto da me con del caglio di latte di soia, acqua fredda, olio di girasole deodorato, lecitina di soia…poi magari più in qua metto la ricetta perché per ora l’ho fatta a occhio :P). Dopo uniamo anche il latte di soia e iniziamo a mischiare. Poi mettiamo gli aromi (vaniglia, limone e vin santo) e infine aggiungiamo l’acqua con il lievito. Se non volete usare vin santo o rum, magari mettete altri 2 cucchiai di latte vegetale. Impastiamo bene per almeno 5 minuti, ma anche 10 va bene. Se vedete che l’impasto è troppo appiccicoso aggiungete un po’ di farina, ma dovrebbe andare (potrebbe essere più umido se usate la margarina fatta in casa invece che quella comprata). Quando l’impasto è bello liscio, mettiamolo in una ciotola abbastanza grande perché la pasta gonfierà e copriamo con un telo o con la pellicola trasparente. Lasciate lievitare  tutta la notte (considerate che questa ricetta l’ho fatta a marzo quando non è ancora troppo caldo. Forse facendola in estate bisognerà tenere l’impasto nel luogo più fresco della casa per non farlo stra-lievitare).
La mattina quando ci svegliamo, diamo una piccola impastatina alla pasta che sarà più che raddoppiata e mettiamo l’impasto (che si sarà sgonfiato) in frigo. Usciamo e andiamo a dare il nostro contributo al mondo e alla comunità :)
La sera prima di cena tiriamo fuori l’impasto dal frigo. Ceniamo con tutta tranquillità e subito dopo cena tiriamo fuori l’impasto dalla ciotola (dovrebbe aver rigonfiato un po’). Stendiamolo facendo un cerchio spesso circa 1 cm. Tagliamo il cerchio in 12 spicchi e arrotoliamoli come si fa con i cornetti (lo sapete no? Arrotolate a partire dalla base del triangolo verso la punta. Allungate un po’ la pasta in modo che possiate fare più arrotolamenti :)
Brioches veg non lievitate
Mettiamo le brioche ben distanziate tra loro su un paio di teglie da forno di alluminio coperte di carta forno (non usate la teglia nera del forno perché sennò il sotto si brucia!!!) e spennelliamo con un po’ di malto di riso sciolto in un cucchiaio di latte di soia. Se non avete il malto potete usare anche solo il latte di soia. Mettiamolo nel forno spento fino alla mattina seguente.
Brioches veg lievitate
La mattina appena svegli tiriamo fuori le brioches che dovrebbero essere belle gonfie e accendiamo il forno a 180 gradi. Facciamolo scaldare per una quindicina di minuti e poi inforniamo le brioche per 20 minuti. A quel punto durante quei 20 minuti la casa sarà inondata da un profumo di paste incredibile, questo già vale la pena di aver fatto questa ricetta! Quando le brioches sono dorate tiriamole fuori. Aspettate che si intiepidiscano prima di mangiarle, sia per non bruciarvi la bocca (posso testimoniare che la temperatura interna della brioche appena sfornata è simile a quella della lava!), sia perché il sapore migliora con un po’ di raffreddamento.

Questa è la ricetta per le brioches vuote. Ovviamente potete scegliere di metterci, nella fase di confezione dei cornetti un cucchiaino di marmellata oppure delle mele a pezzetti. Oppure potete farcire successivamente le brioches dopo che sono già cotte. Potete anche cambiare la forma e fare delle treccine o dei saccottini. Insomma sbizzarritevi!
Ultima cosa: ho provato a congelare delle brioches già arrotolate  ma non lievitate perché ovviamente a meno che non abbiate ospiti che dormono da voi, 12 brioches in una mattina non si fanno fuori e, per me, la brioche è buona massimo del giorno dopo ma non di più! L’idea era quella di ricreare le brioches congelate che si trovano al supermercato e che alcuni bar utilizzano quando rimangono a corto di quelle che hanno acquistato dai pasticceri. L’esperimento è andato abbastanza bene anche se la brioches in questione non si è gonfiata tanto quanto le altre. L’avevo tirata fuori prima di andare a letto (intorno alle 23). La prossima volta provo a tirarla fuori prima di cena e poi vi dico come va. Diciamo comunque che l’esperimento ha funzionato quindi volendo si potrebbero anche raddoppiare le dosi e fare una bella scorta di brioches da cuocere giorno per giorno. Che ne dite? Non sarebbe fantastico?

Croccante senza zucchero

Chi ci avrebbe mai pensato ad un croccante senza zucchero? Io no. Però gli amici della macrobiotica sì! Questa ricetta quindi non l’ho inventata io ma l’ho imparata durante un corso di cucina macrobiotica in cui ho scoperto che anche questo stile alimentare può proporre gustosissimi piatti. Questo croccante sta inoltre benissimo con un altro dolce che ho imparato a fare durante lo stesso corso che è la mousse al limone (ovviamente #tuttavegetale).

Croccante2

INGREDIENTI

– 1 tazza di cereali soffiati (in questo caso ho usato il miglio)
– 1 tazza di frutta secca e semi (mandorle, nocciole,  sesamo, girasole, zucca)
– 1/2 tazza tra uvetta e fichi secchi
– 5 cucchiai colmi di malto di riso
– un filo di olio per la teglia

PROCEDIMENTO
Mischiamo il cereale soffiato scelto (riso, farro, miglio, mais, avena…) alla frutta secca e ai semi (potete usare fichi, datteri, albicocche, noci, pistacchi…insomma, tutto quello che vi viene in mente). Alla fine uniamo il malto e iniziamo a mischiare. Ci possiamo aiutare con le mani per distribuire bene il malto, ma vi avviso che vi appiccicherete molto :P.
Prepariamo una teglia ricoprendola di carta forno che ungeremo leggermente e distribuiamo il composto in modo che si formi uno strato di massimo 2 cm.

 Croccante1

Mettiamo in forno già caldo a 180 gradi per 15 minuti e poi lasciamo raffreddare. Quando sarà tiepido si sarà indurito come il croccante e si potrà tagliare a pezzi.
E’ davvero buono, croccante, gustoso e dolce ma non stucchevole…sì, perché avevo detto senza zucchero e non “non dolce”!
Il malto è un dolcificante che rispetto allo zucchero viene assorbito dall’organismo più lentamente ma in modo più equilibrato rendendolo così più digeribile. Per quanto riguarda le calorie invece ne ha poche meno del saccarosio (zucchero bianco). Magari sui vari tipi di dolcificanti ci farò un post specifico, ok?

P(r)eso di mira

La scorsa settimana sono stata alla presentazione del libro di un mio caro amico, Francesco Baggiani, che tratta il tema della discriminazione ponderale.

Copertina preso di mira

Molti non sanno cosa sia la discriminazione ponderale. Credo sia importate diffondere qualche informazione sull’argomento perché sicuramente ognuno di noi ne è stato vittima o carnefice. Penso che anche questo possa essere un piccolo passo verso l’azione nonviolenta, nel rispetto degli altri e di noi stessi. Preciso che quello che riporterò è ciò che ho ascoltato durante la presentazione, quindi per un’informazione completa sull’argomento vi rimando al libro: P(r)eso di mira – Pregiudizio e discriminazione dell’obesità, di F. Baggiani, Ed. Clichy, 2014.
Ma cos’è la discriminazione ponderale? Con questo termine si indica tutta quella serie di ingiustizie, trattamenti iniqui e vessazioni basate sul peso corporeo della persona, più comunemente osservabile nei confronti di chi sia sovrappeso. Questo tipo di stigmatizzazione esiste nel nostro modo di pensare e nella nostra società perché si è consolidata l’idea che la forma fisica di una persona sia responsabilità della persona stessa. Ciò significa che se sei in sovrappeso la colpa è tua (e questo differenzia la presa in giro dell’obeso da quella basata su altri difetti fisici: la presunta colpevolezza). Da questo ne deriva che  “se insulti un nero sei razzista, se insulti un gay sei omofono, ma se offendi un ciccione… sei simpatico”, poiché si giustifica una qualche forma di punizione nei suoi confronti. Purtroppo ancora non viene abbastanza preso in considerazione l’effetto che questo modo di “scherzare” può avere sulle malcapitate vittime e, fondamentalmente, non si sono messe sul piatto le complesse cause che portano all’obesità. Una varietà di cause che ci farebbero capire come, nella stragrande maggioranza dei casi, non sia vero che le persone in sovrappeso sono tali solo perché pigre, senza forza di volontà e incapaci di dire di no ad un pasticcino. Menomale però che con questo bel libro, che consiglio a tutti di comprare, Francesco sta facendo un po’ di chiarezza.
Secondo gli studi riportati in “P(r)eso di mira”, i meccanismi che controllano il peso non sono così facili da controllare e in alcuni casi è veramente difficile “costringere” il proprio corpo a non raggiungere (o recuperare) un certo peso. Per un gran numero di persone la questione ha una radice genetica che viene aggravata dall’ambiente in cui viviamo (quello tipico delle società occidentali del “benessere”) che viene definito dall’autore “obesogeno”, cioè che favorisce il sovrappeso. Queste cause genetiche, che sono un problema diverso dalle disfunzioni endocrine o sindromiche che portano all’ingrassamento, fanno sì per esempio, che il senso di sazietà, determinato dai geni appunto, vari da persona a persona. Per dare un’immagine chiara, tra due persone che mangiano la stessa cosa, se una delle due continua a mangiare mentre l’altra è sazia, si dà per scontato che questo succeda perché la prima è più ingorda o golosa e non perché abbia dei geni che gli causino, fin dalla nascita, una sensazione di sazietà spostata un po’ più in avanti.
Quindi quello che si tende a pensare è che l’obesità dipenda dalla mancanza di determinazione dell’interessato, senza tenere conto che fame, sazietà, assorbimento, metabolismo non vengono affatto decisi o controllati dalla volontà. Già a questo punto abbiamo un bel po’ di materiale per riflettere su di noi e su come ci sentiamo quando entriamo in contatto con una persona che non rispecchia i canoni di magrezza correnti.

Un altro aspetto importante che è stato affrontato Mercoledì 4 Marzo alla presentazione del libro è quello relativo alle conseguenze di questi atteggiamenti discriminatori e colpevolizzanti. Essi sono particolarmente gravi in età evolutiva (la discriminazione compare fin dalla scuola dell’infanzia) e molto spesso sono la causa, e non l’effetto, di un’obesità più grave. Infatti può accadere che un bambino un po’ più in carne, ma comunque in buona salute, venga preso in giro dai suoi compagni, escluso dal gruppo e dai giochi, vessato. Questo conduce molto spesso ad un abbassamento dell’autostima che, al pari dei parametri ematici, è un importante elemento da tenere dentro i giusti ranghi affinché si parli di salute della persona: spesso infatti si considera unicamente il buon esito delle analisi e delle visite mediche come indicatori di una buona salute, quando invece la serenità psicologica gioca un ruolo altrettanto importante. Infatti se non si ha autostima, la reazione che scatta nella persona è perlopiù quella di rifiuto di sé e del proprio corpo, cosa che può condurre facilmente a ansia, depressione, ma anche ai disturbi del comportamento alimentare.
Il fatto che talvolta i bambini grassottelli evitano gli sport, poi, non dipende quasi mai dal loro essere pigri, ma dal tentativo di cercare modi per allontanarsi dalle occasioni che potrebbero metterli sotto la lente discriminatoria degli altri. Tutto questo porterà ad adottare delle strategie di compensazione che finiscono per portarli proprio lì dove il problema verrà ingrandito, e cioè verso il cibo.

Un altro punto su cui si è soffermato l’autore durante la conferenza è stato quello che riguarda le modalità con le quali la famiglia affronta il tema del peso dei bambini. I genitori, che ovviamente vogliono il bene dei propri figli, credono che il problema sia il peso in eccesso. Per evitare loro il dolore delle prese in giro ed eventuali danni alla salute, cercano tutti i modi per farli dimagrire, adottando anche loro in alcuni casi la presa in giro, perché credono che questo possa farli reagire. In realtà li fanno entrare ancora di più nel tunnel. Quello che mi sembra di aver capito da questo incontro e che mi interessa in quanto mamma, è che forse quando il peso del bambino diventa davvero molto importate non va visto come la causa di un problema, ma come l’effetto di un problema.
Verso la fine della conferenza poi è stato chiesto all’autore quali consigli si possono dare sia ai genitori che agli insegnanti in queste situazioni. Secondo Francesco Baggiani la cosa importate è concentrarsi più sulla salute e sul benessere che sulla forma fisica. Non entriamo nella logica della “norma” e della paura di ciò che è diverso! Quindi, per quanto riguarda il cibo, il punto sarà quello di adottare un’alimentazione sana il cui obiettivo non deve essere dimagrire ma nutrirsi in modo salutare, e questo non solo per chi è obeso, ma per tutta la famiglia. L’attività fisica deve esserci, ma deve dare gioia e serenità, non diventare occasione di scherno e fallimento (esistono sport, come la pallanuoto, dove un po’ di peso in eccesso può divenire addirittura un vantaggio). Per quanto riguarda invece le relazioni dovremmo cercare di lavorare sull’aumento dell’autostima dei bambini, si potrebbe dire sul loro empowerment, rinforzandoli su ciò che sanno fare bene; dovremmo acquisire e dare loro una corretta informazione sulla loro caratteristica corporea, cercando di liberarsi e liberarli da pregiudizi e stereotipi. Infine facilitare lo sviluppo di strategie sociali positive e non oppositive. La riflessione fondamentale rimane comunque su un nodo centrale: far capire agli altri che li amiamo per quello che sono e non per come appaiono.

Ulteriori informazioni:
www.facebook.com/presodimira.libro

Incontri spontanei

Il primo incontro tra le mie papille gustative e le erbe spontanee è avvenuto quando ero alla scuola materna: si parla quindi di oltre 30 anni fa! I ricordi di cui ho ancora chiara memoria vedono protagonista me ed i gambi di acetosella (Oxalis acetosella), quelli della varietà con i fiori rosa. Una pianta che alcuni coltivano nelle aiuole dei giardini, ma che si può trovare anche in libertà, ai bordi dei fossati o delle stradine bianche di campagna. Io li chiamavo i “frizzini” perché mettendo in bocca il gambo e schiacciandolo delicatamente con i denti, usciva un liquido limonoso che ricorda le caramelle a forma di spicchio di agrumi che contenevano (credo) roba tipo seltz, quindi anche loro “frizzine”!
Verso i sei o sette anni sono incappata nei raperonzoli (Campanula rapunculus). Anche di questo faccia a faccia, ho il ricordo nitido di un giorno in cui con mamma e l’Adriana (una nonna che ancora oggi allieta le mie serate quando mi sento un po’ sola ed abbattuta) siamo andate a fare una girata a cercare le “erbucce”. Quelle piccole radichette bianche insieme alle altre erbe di campo diventavano i premi di una gustosa caccia al tesoro tra una foglia e l’altra.
Incontri più selvatici e bucolici poi li devo a mio padre, che a volte nei giorni di maggio tornava a casa con dei mazzi di fiori di acacia (Robinia pseudoacacia). Questi fiori venivano fritti dopo essere stati impastellati come si fa con quelli di zucca, i quali però erano considerati troppo sofisticati per boccucce selvagge come le nostre. Al termine dell’immersione nell’olio bollente poi arrivava la fatidica domanda: “Dolci o salati?”. Sì, perché i fiori di acacia fritta possono servire sia da contorno che da dolce, praticamente fanno da soli un menu completo! Ah, mio padre raccoglieva ai giardini pubblici anche la “porcacchia” (Portulaca oleracea) e ci faceva una frittatina niente male.
Con la mia bisnonna invece ricordo che durante una delle vacanze estive in cui trascorrevo qualche settimana a San Cesareo con i parenti romani, andavamo per puntarelle selvatiche lungo la vigna. Che buone! E che meraviglia quando si arrotolavano magicamente in graziose spirali nell’acqua ghiacciata!
Successivamente c’è stata la pausa adolescenziale (e post adolescenziali), in cui natura, terra, piante e animali ecc vennero messi in secondo piano rispetto a cinema, trucco, moda e poi discoteche, locali, concerti, innamoramenti ecc. Questo periodo ha coinciso però anche con le mie sperimentazioni culinarie e con la scoperta del supermercato (la Coop, unico nel mio paese) che proponeva prodotti più o meno conosciuti da me. Quando ero bambina infatti la spesa si faceva al negozio, in cui “si segnava” e si pagava a fine mese.
La ripresa dei miei rapporti con le erbe spontanee è avvenuta poi nel 2007 quando ho frequentato il primo corso di permacultura con Saviana, un’esperta del cibo selvatico. L’impatto è stato folgorante e pungente, soprattutto perché la storia è ripartita con l’ortica (Urtica dioica). Sapevo che esistevano ripieni per la pasta fresca con l’ortica, ma non so perché non avevo mai connesso l’idea di quella ortica dentro i ravioli negli scaffali dell’Ipercoop (nel frattempo la Coop si era allargata) con l’ortica che da bambina mi aveva spesso fatto soffrire pungendomi le gambe.
Pesto all’ortica: foglie di ortica, olio extravergine di oliva, mandorle pelate, sale. Questa fu forse la prima cosa che ho personalmente cucinato con un’erba selvatica.
Da questo ri-incontro poi piano piano si è aperto un mondo e la sfida diventava scoprire quale delle migliaia di erbe che ci circondano erano commestibili. E più sembrava assurdo che una pianta si potesse mangiare (come quando seppi che si potevano mangiare le foglie tenere del tiglio (Tilia) o la cosiddetta “vetriola” (Parietaria officinalis L.), più mi attiravano.
A Michela (un’altra conoscenza permaculturale) devo invece l’incontro con il “silene” (Silene vulgaris) con il quale abbiamo fatto una bella spadellata piccantina cucinata sulle rocket stove sotto il cielo stellato.
Infine, la mia ultima “maestra” in tema di erbe spontanee è stata Deva, una donna tedesca che ho conosciuto per caso a Firenze. Grazie a lei ho scoperto che una pianta che fino ad allora avevo chiamato erbaccia malefica (perdono!) e che infesta il mio pezzetto di terra è invece commestibile. Il suo nome è Conytza canadensis. Si chiama così perché è una pianta fuggitiva dal Canada, e mi è stata subito simpatica perché anche a me a volte piacerebbe fuggire. Quando ho saputo che avrei potuto utilizzarla nelle mie ricette mi sono quasi commossa, non l’avrei mai detto!
Spero che il mio incontro con le erbe di campo e di bosco continui e so che ancora molto ho da scoprire da loro e molto ancora hanno da donarmi. Credo che l’amore per le erbe spontanee e l’entusiasmo che ne deriva quando riusciamo ad impiegarle in cucina non dipenda tanto dal sapore e dal piacere gustativo che ci danno, quanto dal senso di gratuità e di dono da parte della Natura, che ci porta per qualche istante a sentirci davvero parte di un Tutto. Gratuità è un termine che purtroppo nella logica della società del profitto ha quasi un significato negativo perché ciò che non ha un prezzo non ha valore, mentre invece a me piace di più pensare al significato etimologico per cui gratuito è tutto ciò che viene fatto per grazia.

Social eating

Ogni tanto nasce una nuova tendenza. Negli ultimi tempi si sente parlare di Social eating e a me piace molto perché riguarda la mia passione, la cucina. Praticamente si tratta di ospitare persone in casa propria (o andare a mangiare da altri se si è “clienti”) per cena. Quindi tutto ciò avviene in una Home restaurant (altro inglesismo).

Social Eating
Social Eating

La possibilità di mangiare davvero bene è alta perché credo che chi si cimenta in questa cosa voglia sfoggiare i piatti che gli riescono meglio. L’idea del social eating mi piace quindi perché in modo semplice e senza troppe complicazioni si possono condividere le proprie abilità e il proprio amore per il cibo con nuove persone. Infatti un aspetto molto importante e che per me costituisce il valore aggiunto rispetto ad una normale cena fuori, è che ci si può trovare allo stesso tavolo con persone nuove, a casa di persone nuove. Tutte storie da ascoltare e raccontare. Sguardi nuovi sulla vita e nuovi modi di entrare in contatto con gli altri.
Come funziona praticamente però? Innanzi tutto bisogna iscriversi, ad un sito che permette di mettere in contatto “cuochi” con “mangiatori”. In Italia il più grande è Gnammo.com a cui anche io mi sono iscritta. A quel punto se si vuole ospitare si deve creare un evento, pubblicare un menu e delle foto, descrivere un po’ come si svolgerà la serata. Se invece si vuole andare solo a sgranare basta fare una ricerca per zona (esempio Arezzo o Firenze) e vedere chi è che organizza qualcosa. Se il menu ci piace, è fatta: si prenota, si paga con Paypal e si va a mangiare a casa di qualcuno. Facile no?
Qui copio il link al mio primo evento, una cena a casa in cui ovviamente mangeremo #tuttovegetale…chissà che non incontri qualcuno di voi :)

http://gnammo.com/events/2823/vegetale-e-gustoso-ci-credi

 

Tarte tatin alle pere con panna di mandorle

La Tarte tatin è un classico della pasticceria francese che mi piace moltissimo. In pratica è una specie di crostata di mele rovesciata. In questa ricetta propongo una versione ovviamente vegetale con le pere al posto delle mele e con lo zucchero di canna grezzo invece che con lo zucchero bianco.

Tarte tatin

INGREDIENTI
– 60 g di semola
– 140 g di farina 0
– 1 pizzico di sale
– 1 cucchiaio di amido di mais
– 80 g di zucchero di canna grezzo
– 1/2 cucchiaino di cannella in polvere
– 90 g di burro vegetale
– 2 cucchiai di olio di semi di girasole o di oliva
– 2-3 cucchiai di acqua
– 3 pere
– 6 cucchiai di zucchero di canna
– 2 cucchiai di acqua (per il caramello) facoltativi
PER LA PANNA
– 1 manciata di mandorle pelate
– 2 cucchiai di anacardi
– 1/2 confezione di panna di cocco
– 1 cucchiaio di zucchero di canna grezzo

PROCEDIMENTO
Uniamo semola, farina, amido di mais, sale, la cannella e zucchero e aggiungiamo poi il burro vegetale (volendo possiamo farlo anche da noi invece di utilizzare la margarina che spesso contiene olio di palma), i 2 cucchiai di olio e 2 o 3 cucchiai di acqua. Impastiamo fino ad ottenere una pasta tipo frolla. Mettiamo l’impasto in frigo per un’oretta. Intanto puliamo le pere e tagliamole in spicchi (8 per ogni pera). In un pentolino mettiamo i 6 cucchiai di zucchero di canna con due cucchiai di acqua e facciamo un caramello. Quando il caramello è ambrato, versiamolo sul fondo di una teglia che avremo ricoperto con la carta forno e disponiamo gli spicchi di pera a raggiera. Tiriamo fuori la nostra pasta frolla dal frigo e stendiamola della larghezza della teglia (io ho usato la teglia da 24 cm). Adagiamo la pasta sopra cercando di non romperla perché è abbastanza fragile, e inforniamo a 180 gradi per circa 40-45 minuti o comunque fino a quando la pasta ha preso il colore che desiderate. Spegnere il forno e far riposare la torta per 5 minuti. A questo punto rigiriamo la torta su un piatto di portata, togliamo la carta forno e il gioco è fatto!
Per fare la panna uniamo tutti gli ingredienti insieme e frulliamo con il minipimer. Se la vogliamo un po’ più liquida, quindi più simile ad una crema, possiamo aggiungere un po’ di latte vegetale. Decoriamo le fette di torta tiepida con la panna e con frutta secca o fresca di nostro gradimento (in questa foto la vedete con le bacche di goji) e serviamo.

Tofu marinato con broccoletti e cipolle caramellate

Nuova ricetta di oggi un ottimo secondo che vi farà ricredere sul tofu! Sì, perché per molte persone (anche per me fino a qualche tempo fa) cucinare il tofu in modo che sembrasse almeno qualcosa di commestibile era praticamente un mistero. Sembrava che solo la millenaria sapienza cinese potesse custodire tale segreto!

Tofu marinato

Di cosa abbiamo bisogno per preparare questo piatto per 4 persone?

INGREDIENTI
– 3 panetti di tofu da 125 grammi l’uno (totale 375 g)
– 1 bicchiere di acqua
– 1/2 bicchiere di tamari
– erbe aromatiche secche (timo, origano, alloro, salvia, rosmarino)
– 1 broccolo
– 1 cipolla rossa abbastanza grande
– 1 cucchiaio di zucchero integrale (o 2 di malto di riso se preferite evitare lo zucchero)
– olio extravergine di oliva
– sale marino

PER LA SALSA
– 1 cucchiaio di salsa tahini
– 30-40 g di latte di soia (o un po’ di più se la volete più liquida)
– 1 cucchiaio di succo di limone
– olio di girasole deodorato qb
– 1 cucchiaio di malto di riso
– sale

PROCEDIMENTO
Preparare la marinatura per il tofu versando l’acqua ed il tamari in una teglia. Aggiungere le erbe aromatiche e un cucchiaio di olio evo. Tagliare i panetti di tofu per orizzontale in 3 fettine alte circa mezzo centimetro e adagiarle sulla marinatura. Lasciare almeno per mezz’ora, ma ci possono stare anche un paio di ore.

Mentre il tofu si insaporisce (è qui che il saporaccio di cartone sparisce !!!) preparare le verdure. Tagliare il broccolo in cimette piccole e scottarle in acqua bollente e salata per un paio di minuti. Devono rimanere sodi. Appena trascorso il tempo di cottura farli freddare in acqua fredda. Scolare e lasciare da parte.
Tagliare la cipolla a fettine per il senso della lunghezza (praticamente “spicchi” sottili di circa mezzo cm) e metterla a rosolare con un po’ di olio evo. Salare e coprire con il coperchio per una decina di minuti circa. Trascorso questo tempo aggiungere lo zucchero (o il malto) e lasciarlo sciogliere. Spegnere e lasciare da parte.
Infine prepariamo la salsa. Nel bicchiere del minipimer mettiamo il cucchiaio di salsa tahini, il succo di limone e il latte di soia. Frulliamo in modo che la salsa tahini si sciolga. A questo punto aggiungere l’olio a filo e frullare fino a quando non raggiunge la consistenza della maionese. Aggiungere anche il malto, aggiustare di sale e la salsa è pronta.

Quando siamo pronti per preparare il piatto, mettere il tofu in forno a 180 gradi per circa 25 minuti. Quando mancano 5 minuti alla fine della cottura scaldare i broccoli (io li ho messi un po’ in forno) che andranno poi conditi con sale e olio, e scaldare le cipolle.

Per comporre il piatto mettiamo una fettina di tofu, disponiamo sopra uno strato di broccoletti. Poi un’altra fettina di tofu ed infine le cipolle caramellate.
Guarnire con la salsa al sesamo e volendo un po’ di riduzione di balsamico (come vedete nella foto).

P.s (come noterete avanzerà una fettina di tofu… ve la potete mangiare mentre preparate i piatti, così avrete la prova che il tofu così viene proprio buono :)

Cereali integrali

Come è fatto il chicco del cereale e perché è meglio consumare quelli integrali?

foto

Secondo molte correnti di pensiero, sarebbe ideale consumare cereali integrali a discapito di quelli raffinati. Effettivamente anche a logica questo sembra più che coerente, ma, giusto per correttezza, voglio dire che ci sono alcuni regimi alimentari che scoraggiano in generale il consumo di cereali (per esempio le diete proteiche) perché troppo calorici. In altri casi viene raccomandato di mangiare cereali integrali solo se biologici visto che le sostanze chimiche si depositerebbero in parte sullo strato esterno del chicco (la crusca). Nella macrobiotica infine viene suggerito di mangiare cereali in chicchi e non trasformati in farina perché solo nella forma del chicco il cereale mantiene tutte le sue caratteristiche.
Come è formato un chicco di cereale, come il grano per esempio? Escludendo il guscio (pula) che è la parte più esterna e che viene scartata perché fatta essenzialmente di cellulosa, sono tre le parti che lo costituiscono, e precisamente:

1) la crusca, che è la parte più esterna e ricca di fibre. Questo strato protegge il chicco dai parassiti, dalle malattie ed è quella che contiene molte vitamine come quelle del gruppo B;
2) il germe, che contiene oltre ad alcune vitamine (B e E) anche dei sali minerali;
3) l’endosperma che è la parte più ricca di proteine e zuccheri.

Le farine integrali, in particolari quelle macinate a pietra, contengono tutte e tre le parti del chicco e quindi conservano tutte le proprietà nutritive del cereale: le vitamine ed i sali minerali, gli zuccheri che ci danno energia e le fibre, importanti per l’intestino e per la corretta assimilazione degli zuccheri. Va considerato infatti come elemento positivo che gli zuccheri delle farine integrali vengono assimilati in modo più lento rispetto a quelli della farina raffinata (00) che è costituita essenzialmente dall’endosperma che è la parte che contiene l’amido. Basta guardare una tabella che riporta l’indice glicemico (l’indice glicemico indica la velocità con cui aumenta la glicemia dopo aver mangiato una certa dose di alimento), per vedere come le farine raffinate abbiano valori molto più alti di quelle integrali. Quindi se per esempio vogliamo controllare il nostro peso, non facciamo solo un raffronto sulle calorie, che di fatto non vede un grosso scarto tra cereali integrali e non, ma andiamo a guardare anche tutti questi altri fattori.

Appurato quindi che sarebbe buona cosa inserire nella nostra alimentazione cereali integrali in chicchi, e che questi chicchi contengono importanti sostanze per il nostro benessere, dobbiamo, quando possiamo, adottare cotture che preservino tali sostanze. Per questo sarebbe l’ideale cuocere i cereali in poca acqua (il doppio della quantità di cereale) a fuoco basso e lasciare che il liquido venga assorbito dai chicchi, senza quindi dover scolare l’acqua in eccesso.

Nella categoria “Basi di cucina vegetale” riporterò il procedimento dettagliato su come cuocere i cereali integrali.

La maio en rose… Maionese veg rosa

Quanto sono belli i colori a tavola!

Broccoli e maionese rosa

C’è tutta una teoria dietro al potere dei colori nell’alimentazione e non so se funzioni o meno, sta di fatto che sicuramente dei bei colori, se sono naturali, rallegrano il nostro piatto!
ieri quindi ho fatto questa maionese vegetale rosa visto che mi era avanzato un quarto di bietola rossa da una preparazione precedente.
Non ho le dosi precisissime per questa ricetta, mi perdonerete. E’ però davvero semplice e basta osservare pochi accorgimenti per essere sicuri di una riuscita perfetta!

INGREDIENTI

– un pezzetto di barbabietola rossa lessata (ne ho usato un quarto)
– 1/3 di bicchiere di latte di soia non dolcificato (circa 50 gr credo)
– un cucchiaino di senape
– 1/4 di limone strizzato
– 1 pizzico di sale marino
– olio di girasole deodorato q.b.

PROCEDIMENTO

Con il frullatore ad immersione tritare finemente la bietola rossa con un cucchiaio di latte di soia fino a che non diventa una purea molto fine.
Nel bicchiere del minipimer, o comunque in un contenitore stretto e lungo, versare il latte, aggiungere la senape, il sale e il succo di limone. Versare a filo l’olio di girasole. Vedrete che la salsa inizia quasi subito ad addensarsi. Io ho continuato a versare fino a quando la salsa non è arrivata fino a circa un terzo del contenitore. A questo punto ho aggiunto la purea di barbabietola. Se vedete che la salsa diventa un po’ troppo morbida potete aggiungere un altro po’ di olio. Considerate però che in frigo si addensa un po’, quindi magari prima di servirla tenetela almeno una mezz’oretta in frigo.

Questa salsa è perfetta sia per farcire hamburger vegetali, per accompagnare verdure scottate (come ho fatto io con i broccoli romani), da spalmare su tartine o vol au vent.
La potete decorare con un pochino di erba cipollina e qualche goccia di purea di barbabietola come ho fatto io :)

Maionese rosa

“…Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas,
Je vois la vie en rose…”

Videoricetta – Farro al pesto di broccoli

Questa è una una ricetta semplice semplice e genuina cui mi sono subito affezionata. All’inizio era nata con il riso (vi ricordate quando mio figlio voleva il “riso verde”? Trovate la ricetta nel sito), ma poi ho provato a fare la variante con il farro.
Il farro ha il vantaggio che può essere cotto anche con un certo anticipo e rimane comunque al dente. Quindi per esempio possiamo cuocerlo all’ora di pranzo per la cena o anche il giorno prima e poi completare la preparazione del piatto in pochi minuti. Insomma è una ricetta adatta per chi non ha molto tempo per cucinare ma che non rinuncia al cibo sano e gustoso. Inutile dire che possiamo provare a utilizzare ogni tipo di cereale, dall’orzo all’avena, dalla segale al grano saraceno.
Un’altra cosa molto carina di questa ricetta è che faremo un pesto, quindi un condimento a crudo, utilizzando non il solito basilico ma un altro ortaggio. Siamo così abituati a mangiare solo il pesto di basilico, che spesso ci dimentichiamo che invece ci sono tanti altri vegetali adatti a questo tipo di preparazione, come per esempio le cime di rapa, il cavolo nero o l’ortica tanto per fare qualche esempio.

Riporto qui la ricetta anche se praticamente è quasi uguale a quella del “Risotto con il pesto di broccoli che trovate qui -> http://www.quasiliberi.it/wordpress/?p=8

INGREDIENTI

– 280 g di farro perlato che andremo a lessare in abbondante acqua salata (se utilizzate il farro integrale lasciatelo in ammollo qualche ora. Parleremo in un altro post della cottura dei cereali in modo da conservare tutte le loro proprietà)
– le parti verdi di 1 broccolo abbastanza grosso
– una bella manciata di prezzemolo
– 1 spicchio di aglio (leggermente sbollentato se non vi piace il sapore troppo forte)
– 1 cipolla dorata
– olio extravergine di oliva
– scorza di un limone grattata
– sale
– dei semi (canapa, o lino o sesamo)

PROCEDIMENTO

Innanzi tutto prepariamo il farro. Se lo cuociamo in anticipo lo lessiamo in acqua salata per il tempo richiesto, normalmente una mezz’oretta o 40 minuti, poi lo freddiamo subito con l’acqua fredda e lo lasciamo scolare.

Per fare il condimento è molto semplice: tagliamo finemente il broccolo, con il coltello o possiamo utilizzare un tritatutto se preferiamo una consistenza più fine. A me piace un po’ più grossino quindi faccio con il coltello. Tritiamo L’aglio e il prezzemolo. Nel video ho lasciato gli ingredienti separati e poi li ho uniti alla fine al farro, ma volendo si può anche mischiare tutto insieme ed aggiungere il sale e l’olio ottenendo così un vero e proprio pesto.
Quando è giunto il momento di preparare il piatto, si taglia finemente la cipolla e la si fa rosolare con un po’ di olio extravergine. Quando è ben appassita si unisce il farro e lo si fa insaporire e scaldare bene. Se vi sembra troppo asciutto si aggiunge un po’ di acqua calda. A fine cottura aggiungiamo il pesto di broccoli e continuiamo a cuocere per poco tempo perché i broccoli non si devono cuocere ma solo scaldare. Appena spegniamo il fuoco grattiamo la scorza di un limone, giriamo bene e distribuiamo il farro nei piatti. Cospargiamo con dei semi. Aggiungiamo se ci piace un filo di olio a crudo e il nostro piatto è pronto!

Farro broccoli 2

Insalata di farro tiepida invernale

farro

INGREDIENTI

– 250 gr farro decorticato
– 2 carote
– ½ broccolo
– 1 cipolla bianca
– 1 tazza di lenticchie lessate
– 1 spicchio d’aglio
– una manciata di prezzemolo tritato
– sale marino integrale
– olio extravergine di oliva

PROCEDIMENTO

Innanzi tutto sciacquiamo il farro in acqua corrente e poi lasciamolo in ammollo per almeno 6 ore in 650 ml di acqua. Trascorso questo tempo mettiamo il farro con la sua acqua in una pentola di acciaio, aggiungiamo una presa di sale e portiamo a bollore. Quando l’acqua bolle abbassiamo la fiamma e copriamo con un coperchio. Facciamo cuocere fino a quando l’acqua non si è quasi tutta assorbita (circa 40 minuti). Il farro così cotto può essere preparato il giorno prima e conservato in frigo.
Puliamo le verdure: sbucciamo la cipolla, spazzoliamo le carote (se non sono biologiche peliamole) e sciacquiamo il broccolo. Tagliamo la cipolla grossolanamente e facciamola soffriggere con un cucchiaio di olio extravergine di oliva. Quando è pronta mettiamola da parte.
Tagliamo le carote a dadini piccoli (circa 0,5 cm per lato). Dividiamo il broccolo in piccole cimette.
Mettiamo a bollire un pentolino di acqua. Aggiungiamo il sale e poi versiamo le carote. Dopo ¾ minuti togliamole con la schiumarola e mettiamole in un contenitore con acqua fredda per arrestare la cottura. Facciamo lo stesso con le piccole cimette di broccolo: mettendole nell’acqua fredda, oltre a rimanere croccanti manterranno anche un bel colore verde.
Infine saltiamo le lenticchie in una padella con un cucchiaio di olio e uno spicchio d’aglio.
Anche le verdure possono essere preparate in anticipo in modo da assemblare tutti gli ingredienti solo quando vogliamo portare il nostro farro a tavola.
Quando è il momento di servire il farro, mettiamolo in un largo tegame ed aggiungiamo tutte le verdure. Facciamo scaldare il tutto e infine cospargiamo con il prezzemolo tritato.
#cucinavegetale

NONVIOLENZA SEMPRE

Conflict-photo

Forse qualcuno penserà che l’azione nonviolenta sia confinata nell’ambito della spiritualità e della politica e infatti nel post precedente ho menzionato Gandhi che era sia un leader spirituale (era uno yogi) che politico (diventa presidente del Partito del Congresso nel 1921). In realtà la nonviolenza può e dovrebbe (per non cadere in contraddizione) investire ogni aspetto della vita: dall’alimentazione all’educazione dei bambini, dalla coltivazione della terra allo spostamento, dalla comunicazione verbale a quella non verbale. In ogni momento possiamo mettere in atto strategie di nonviolenza (vedi “Le tecniche della nonviolenza”, Aldo Capitini, 2009, Edizioni dell’Asino), scoprendo sulla nostra pelle quanto tutte le scelte e le azioni diventino interdipendenti e legate le une alle altre. Scegliere, perché si tratta di una scelta consapevole, di impegnarsi nella nonviolenza, significa passare al vaglio non solo il modo con cui agiamo, ma anche il perché ci comportiamo in un certo modo, assumendoci la responsabilità degli atti che compiamo nei confronti degli altri. Per esempio: nostro figlio fa i capricci per vestirsi la mattina. Il modo migliore di agire consiste nell’urlargli qualcosa per farlo smettere? So che la pazienza scappa, a me più volte capita, ma per esperienza mi pare che in realtà alzare la voce non sia più efficace di esprimere lo stesso concetto (“dobbiamo vestirci perché sennò facciamo tardi”) con voce pacata. Qui arriva allora il secondo punto, e cioè il PERCHE’ alziamo la voce. Il motivo è che perdiamo il controllo, niente altro. E ancora: perché perdiamo il controllo? Perché vorremmo che il bambino, si comportasse come noi vogliamo.
Quindi se ci ritroviamo ad urlare come dei pazzi, è perché non troviamo strategie sufficientemente efficaci per comunicare quali sono i nostri bisogni e perché non riusciamo ad accettare che un altro non faccia quello che vogliamo (in questo caso ho utilizzato l’esempio del bambino, ma lo stesso ragionamento può essere applicato a tutte le situazioni di conflitto). È questo il nodo in cui dobbiamo intervenire ed è qui che si pone una domanda che fin da giovani (forse) ci ha assillato: COSA VOGLIAMO? e, aggiungerei, PERCHE’ LO VOGLIAMO? Forse se rispondessimo sinceramente a queste domande, ci renderemmo conto che molte delle volte in cui ci troviamo ad alzare la voce lo facciamo in modo improprio.
Eraclito diceva che il conflitto è la madre di tutte le cose. Questo significa che non ha una valenza totalmente negativa, ma anzi creativa. Quando il conflitto però sfocia nella violenza perde la sua potenzialità e rivela proprio l’assenza di creatività nella gestione delle relazioni (vedi “Affrontare il conflitto, trascendere e trasformare”, J. Galtung, ed. Plus – Pisa University Press, 2008).
Quindi con tutto questo discorso cosa voglio dire? Vorrei dire (anche a me stessa) che dovremmo impegnarci a mantenere alta la nostra creatività tentando di trovare tutte le alternative possibili alla gestione dei conflitti, piccoli o grandi, in cui ci capiterà di essere coinvolti, escludendo ogni forma di violenza, piccola o grande che sia.

Tortelli “burro” e salvia ripieni di “ricotta” e spinaci

Vi propongo questa ricetta che mi è piaciuta davvero tanto e che con orgoglio ho fatto assaggiare ad amici che non mangiano vegetale, riscuotendo grande successo! Effettivamente il gusto di questi tortelli è molto, molto simile a quelli che sono sempre stata abituata a mangiare. Posso assicurare che non hanno niente da invidiare a quelli con la pasta all’uovo e la ricotta! Sono così simili che una persona non credeva che fossero completamente vegetali!

Tortelli

Bando alle ciance adesso e passiamo all’opera!
Ecco di cosa abbiamo bisogno per fare circa 30 tortelli (considerate che una porzione normale è di 5 tortelli, quindi ne avremo per almeno 6 persone).

INGREDIENTI

Per la pasta:
– 300 gr semola di grano duro
– 150 ml acqua
– mezzo cucchiaino di sale marino integrale
– una puntina di cucchiaino curcuma.

Per il ripieno:
– 1 lt latte di soia al naturale, quindi non zuccherato
– 5 cucchiai aceto di mele
– 2 palline di spinaci già cotti (o se volete potete utilizzate spinaci freschi da lessare)
– 1 spicchio d’aglio,
– olio extra vergine di oliva
– 2 cucchiai rasi di lievito alimentare
– una bella grattata di noce moscata
– sale marino integrale, pepe.

Per il condimento:
– Olio extravergine di oliva
– 2 cucchiai burro vegetale
– un rametto di salvia

Questi tortelli sono ottimi anche conditi con della salsa di pomodoro e basilico, con del sugo di seitan o con una crema di noci e panna di riso.

PROCEDIMENTO

Prima di tutto prepariamo la pasta, unendo il sale e la curcuma alla semola e poi aggiungendo l’acqua. Impastiamo bene fino a formare una bella pallina da far riposare almeno mezz’ora coperta nella pellicola trasparente.

Mentre la pasta riposa facciamo la nostra ricotta vegetale. Mettiamo in una pentola il latte di soia e quando inizia a bollire spegniamo il fuoco e aggiungiamo un bel pizzico di sale e l’aceto di mele (possibilmente bio e non pastorizzato).
Giriamo un po’ e vedremo che il latte inizia a cagliare. Lasciamo riposare una decina di minuti e dopodichè scoliamo con un colino coperto da un telo bianco.
La ricotta che abbiamo nel colino la possiamo sciacquare un po’ sotto l’acqua fredda in modo da eliminare ogni residuo d’aceto e poi strizziamo il panno per far uscire l’acqua in eccesso. Quando ha raggiunto la consistenza giusta la possiamo mettere in una formina da ricotta e far scolare ancora un po’ il liquido.

Prepariamo gli spinaci. Li strizziamo bene e li sminuzziamo con il coltello. In una padella facciamo rosolare uno spicchio d’aglio tagliato a metà e poi aggiungiamo gli spinaci. Saliamo e li facciamo asciugare un po’. Spegniamo e lasciamo raffreddare. Quando saranno tiepidi togliamo l’aglio e aggiungiamo a questi spinaci circa 150 gr della ricotta che abbiamo preparato (dovrebbe essere poco più della metà), il lievito alimentare, la noce moscata, il pepe ed aggiustiamo di sale. Il nostro ripieno è pronto.

Passiamo allora a stendere la pasta e formare i tortelli (o i ravioli se preferite). Per fare le strisce (abbastanza sottili) io ho utilizzato la stendipasta. Dalle strisce ritagliamo dei quadrati di circa 8×8 o un po’ di più e mettiamo al centro di ogni quadrato un cucchiaino di ripieno. Poi con un pennellino bagniamo due bordi adiacenti del quadrato e pieghiamo formando un triangolo. A questo punto bagniamo un angolino e formiamo il tortello. Disponiamo i tortelli su un piano ricoperto di semola in modo che non si attacchino al fondo.

Fatti tutti i tortelli passiamo alla cottura. Li lesseremo in abbondante acqua salata per circa 5-7 minuti, quando comunque sentite che la pasta è morbida. Intanto prepariamo una padella larga con il condimento: olio extravergine, burro vegetale biologico e delle foglie di salvia fresca. Quando i tortelli sono pronti li mettiamo delicatamente nella padella facendo sì che anche un po’ di acqua di cottura li segua e li facciamo asciugare un po’, fino a quando la salsetta diventa leggermente densa. Li disponiamo ora sul piatto e li decoriamo con le foglie di salvia, un filo d’olio a crudo e… zan zan, i nostri tortelloni sono pronti!

Perché mangiare vegetale?

In questo post vi dirò a grandi linee perché ho deciso di prediligere uno stile alimentare vegetale.

vegetali-colore

Innanzi tutto cosa vuol dire scegliere di mangiare alimenti vegetali? Significa alimentarsi non solo di verdura e frutta, ma anche di cereali, semi, legumi, alghe, oli, insomma, di tutto ciò che ha un’origine vegetale. Questo implica che invece eviteremo di mangiare cibi provenienti da fonti animali e quindi non solo carne e pesce, ma anche latticini e uova.
I motivi per cui ho scelto di orientarmi sempre di più verso questo tipo di alimentazione sono principalmente tre. Li elencherò ma vorrei precisare che non sono ordinati in modo gerarchico. Di solito chi sceglie un’alimentazione vegetale inizia per un motivo particolare, quello che diciamo gli accende la lampadina, però con il passare del tempo le motivazioni diventano equivalenti quindi, ripeto, non c’è un motivo più importante o più rilevante di un altro.
Una delle ragioni è prendermi cura del mio corpo e della mia salute. Sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano come un’alimentazione ricca di alimenti animali sia dannosa per il nostro fisico, provocando le cosiddette “malattie del benessere.” Al contrario gli alimenti vegetali che tradizionalmente sono sempre stati considerati dei contorni, stanno salendo la scala alimentare. Siamo quasi arrivati al punto in cui la convinzione che una dieta povera e priva di alimenti animali sia carente di proteine, è considerata obsoleta. Yeah!!!
Il secondo motivo è la tutela dell’ambiente. Organizzazioni internazionali come la FAO tanto per citarne una, hanno prodotto report e relazioni che studiano l’impatto ambientale dell’industria dell’allevamento e mostrano che questa non sia un’attività sostenibile (e a quanto pare neanche così redditizia). L’allevamento contribuisce ad aumentare l’effetto serra, l’inquinamento delle acque e l’aumento della deforestazione. Devo dire che questo è stato il motivo che ha acceso la mia lampadina e che mi ha spinto ad impegnarmi per limitare il mio consumo di prodotti animali.
Infine un’altra ragione a favore dell’alimentazione prettamente vegetale è legata a motivi etici. Le poche volte che mi è capitato di vedere dei video che documentano la vita, e la morte, degli animali di allevamento, non sono riuscita ad arrivare in fondo. Stavo troppo male, fisicamente. Una volta ho rischiato di svenire e mi sono dovuta distendere a terra con le gambe in aria! Mi sono detta quindi: se non riesco neanche a vedere cosa accade in un mattatoio, perché dovrei voler mangiare la carne che deriva da quello che appunto accade là dentro? Inoltre se vi capiterà di vedere uno di questi video, vedrete immediatamente come la vita di animali in questi ambienti è, oltre che crudele, anche completamente innaturale. La domanda che è venuta a me è: ma cosa ci fa un maiale in un corridoio con piastrelle bianche e tornelli in acciaio? Anche per questo motivo quindi ho deciso di prediligere l’alimentazione vegetale in modo da dare il mio contributo per limitare la sofferenza e lo sfruttamento degli animali.
Nei prossimi post cercherò di sviscerare meglio questi tre aspetti e chissà che anche a qualcuno di voi non si accendo una lampadina! (a basso consumo eh!!!) :)